Fitzcarraldo by Werner Herzog

Fitzcarraldo by Werner Herzog

autore:Werner Herzog [Herzog, Werner]
La lingua: ita
Format: epub
editore: Guanda
pubblicato: 2018-01-18T23:00:00+00:00


Saramiriza, stazione della missione.

È una giornata soffocante, afosa, nel cielo sta covando un temporale che stenta a mettersi insieme. Il fiume scorre così pigramente, come se esitasse per il timore di muoversi. L’aria è ferma, la foresta immobile, solo le mosche ronzano rabbiose. Immota è pure la stazione della missione, alcune casupole disposte a quadrato, una delle quali ha qualcosa che ricorda la civiltà occidentale. Sul lato anteriore sorge una chiesetta col tetto di lamiera sul quale sonnecchiano alcuni avvoltoi, sognando di carogne, ce ne sono perfino di appollaiati sulla croce di legno sbiadito collocata sul timpano. Davanti alla chiesa, fissata ad un ramo, penzola una campana senza battaglio. Lì vicino, appeso ad un corda, dondola un pezzo di putrella maneggevole che serve a percuotere la campana. Fra le costruzioni c’è uno spiazzo libero coperto da un prato falciato da poco, inframmezzato da strisce rossastre argillose. Il prato è diviso geometricamente da vialetti cosparsi di sabbia e al centro, al punto d’incrocio dei vialetti, si rizza un pennone verniciato di bianco, recintato alla base da una modesta ringhiera ornamentale. Presso il pennone sono schierati gli scolari, disposti quasi militarmente in blocchi, come squadre di ginnasti. Tutti indossano pantaloni kaki e hanno i capelli rasati, e tuttavia i tratti dei loro volti indios fanno uno strano, stonato contrasto con lo schieramento. Davanti a loro, a distanza, sul margine della riva del Pachitea, stanno due padri gesuiti nelle loro chiare vesti talari lavate e pulite, uno di loro è già piuttosto vecchio e porta una biblica barba bianca. Tutt’e due hanno l’aspetto di uomini che hanno lavorato duramente, per lunghi anni, nella foresta vergine. Lì, dove si trovano, il fiume ha strappato la scarpata della riva per molti metri verso l’interno, grandi zolle sparse pendono sopra il fiume e nel prato si scorgono delle profonde spaccature. Tra non molto, una parte dello spiazzo scomparirà. Una delle costruzioni sulla riva, mezzo sconnessa e abbandonata, sta in bilico sull’orlo della scarpata; per mezzo di pali conficcati nel terreno si è tentato di impedire il franamento della riva, ma è evidente che la legge del fiume è stata più forte.

Tutto è immobile, in un’atmosfera di attesa. Ad un tratto, un ragazzo che era dislocato da solo vicino alla campana, vi batte contro col battaglio, provocando un suono piuttosto flebile, più che altro di lamiera. Al centro dello spiazzo viene issata la bandiera, un drappo pesante, floscio, che non si decide a spiegarsi nell’afa immota. Nel momento in cui la nave di Fitzcarraldo si spinge nel campo visivo dello spiazzo, i bambini intonano l’inno nazionale peruviano, in spagnolo, orrendamente stonati.

La nave attracca, viene gettata fuori una palanca, cosa non semplice perché subito frana un tratto di riva, e Fitzcarraldo scende a terra per primo. Saluta i due missionari con una stretta di mano. Benvenuti a Saramiriza. Credevamo, dice il più anziano dei due, che foste una missione governativa, qui altrimenti non viene mai nessuno. Ci fermeremmo volentieri per la notte, dice Fitzcarraldo, possiamo far scendere la nostra mucca, voi avete qui della bellissima erba.



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